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Stella Maris a favore della gente di mare

02/05/12

«Passiamo dall’altra parte» (Mc 4, 35) dice «Gesù sulla sponda del mare, mentre cammina sulla riva e guarda davanti a sé». Dice questo poiché, nella Bibbia, «il mare simboleggia spesso tutto ciò che è pesantezza, asprezza, impraticabilità del percorso che gli uomini sono impiegati a fare e ad affrontare. La storia umana è come sbarrata e recinta da questo mare». Così il nostro Arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi ha introdotto il proprio intervento durante la tavola rotonda su “Chiesa, gente di mare, welfare a Trieste” del 21 aprile scorso, presso l’auditorium del Molo IV. L’incontro è nato da una collaborazione tra l’Associazione Stella Maris di Trieste, il Comitato territoriale per il welfare della gente di mare, l’Apostolato del mare italiano e la Federazione nazionale Stella Maris. La costituenda Associazione, in particolare, intende provvedere all’«urgenza pastorale del Vescovo» — come lo stesso mons. Crepaldi ha dichiarato — «di un apostolato diocesano specifico per coloro che lavorano in ambito marittimo e portuale».

«Qual è il rapporto di Gesù con il mare?», si chiede l’Arcivescovo. Di certo Gesù «vuole attraversare il mare», ostacolo per l’uomo. Anzi, Egli «aprirà una strada attraverso il mare», così come aprì il Mar Rosso agli ebrei per sottrarli alla schiavitù egiziana. «Tuttavia — dice mons. Crepaldi — è l’oltremare la meta del suo viaggio», perché «la sua casa» è al di là del mare: «vi deve fare ritorno e trascinare tutti quelli che incontra».

Ma il mare, la vera barriera dalle «pareti spesse, pietrose e durissime» è, in realtà, il cuore umano. Dio vi vuole «aprire un varco». Vuole raccattare tutti noi «sull’arenile», immobilizzati da «un senso di noia, di stanchezza e d’inutilità». È questa la sua volontà d’amore; la «spinta incontenibile, appassionata, inarrestabile e, per molti versi, anche intransigente di Gesù», che ci vuole salvi, al porto di là dal mare.

Tre chiavi di lettura quindi — specifica l’Arcivescovo in merito alla Stella Maris — si possono trarre per l’apostolato. Innanzi tutto, quanto all’aspetto antropologico, la Chiesa è vicina ai naviganti, «lontani dal cielo e dalla terra», spesso sfruttati in quella «casa innaturale» che è la nave. Poi, quanto all’aspetto ecclesiale, c’è l’incontro di Gesù con i pescatori (i futuri apostoli), che Gesù richiama alla dignità per farne “pescatori di uomini” (Mc 1,17). Il tema, infine, dell’«oltremare» sollecita la Chiesa a condurre la nostra società in crisi verso i «valori della giustizia» e dell’«amicizia civile».

A proposito della «tutela e del supporto alla gente di mare», il giornalista Roberto Morelli, coordinatore dell’incontro, aveva evidenziato che «il mare è affascinante, ma è pericoloso ed esprime la vita dura di gente che spesso soffre».

Don Alessandro Amodeo, cappellano dell’Opera per l’Apostolato del mare, ha poi descritto il modo di operare dei volontari della Stella Maris: si tratta di dar vita a «micromissioni», ovvero avvicinare i marittimi (a bordo delle navi o sulla terra ferma), dar loro conforto spirituale e materiale, mediante la possibilità di telefonare a casa, farsi una doccia, riposare, pregare o ricrearsi.

Spesso si tratta — spiega don Amodeo — di gente in difficoltà e sfruttata, a servizio di navi che si fermano in porto per poche ore. La Stella Maris è divenuta un ente autonomo solo con l’aiuto delle autorità portuali. Marina Monassi, ad esempio, Presidente dell’Autorità portuale triestina, ha prontamente ascoltato le richieste e ha fornito all’Associazione una sede adeguata.

Determinante, comunque, per don Amodeo è stato l’incontro con mons. Giacomo Martino, direttore dell’Apostolato del mare italiano, che lo convinse anni fa a frequentare il corso specifico che abilita le persone a salire a bordo delle navi. Mons. Martino, riferendosi ai volontari, parla apertamente di un impegno «che nasce da un innamoramento».

Toccante, se non commovente, è stata la successiva testimonianza del capitano Eugenio Bon, vittima di un episodio di pirateria: è rimasto prigioniero, assieme ad altri colleghi, dei pirati somali. Undici mesi ammassati sul ponte di una nave, sporchi, malnutriti e torturati, prima di essere liberati da una pattuglia di marò italiani.
Tra gli altri, ha parlato pure l’ammiraglio Antonio Basile, presidente del Comitato territoriale per il welfare della gente di mare di Trieste. «L’ambiente marittimo condiziona al punto — ha detto — che molti di coloro che sbarcano desiderano poi risalire a bordo, nonostante le difficoltà della navigazione».

Silvio Brachetta

Tratto da:  http://www.vitanuovatrieste.it