Ricerca

Clicca QUI
per tutelare i marittimi
contro la PIRATERIA!!

Cappellano a bordo

Tratti di una esperienza pastorale originale di Don Luca Centurioni
21/01/09

Il cappellano di bordo è un prete che presta il suo servizio pastorale verso i marittimi naviganti, e accetta e sceglie di salire anche lui su una nave, e condividere in tutto e per tutto la vita ed il lavoro di quanti, per scelta o per necessità, traggono la loro fonte di sostentamento da una attività professionale in mezzo al mare.
La vita del marittimo è una realtà che non si conosce perché non sta ne in cielo ne in terra (!!!!!) . Infatti il mare è cosi lontano per chi è in terra, e la terra cosi lontana per chi è in mare …
Vivere in mare sembra così innaturale, eppure migliaia di persone lo fanno, per mesi, senza dormire in una casa di mattoni anche per un anno intero.
Un popolo invisibile, che ha un residenza a terra, ma è solo per comodità, l’indirizzo a cui ricevere una cartolina, una lettera, un pacco, è un fermo posta.
Un popolo che è unito semplicemente dalla convivenza su un mezzo di trasporto, per il resto, in navi come queste ci sono più di 1000 persone di equipaggio di 50 nazionalità diverse, di 20 lingue diverse, e forse poco meno religioni diverse, e di quante culture diverse ? Ma a dispetto di tutte le diversità si vive insieme 24 ore al giorno, si lavora, si mangia, si dorme, ci si diverte insieme: la “sorte comune” della convivenza (il consorzio) in un ambiente (perché la nave non è un luogo) così lontano dal resto del mondo è una buona provocazione al senso di unità, nonostante tanti egoismi.  

Come cappellano di bordo ho la felice scommessa di prendermi cura di questo gregge  così particolare in tutto, così  ricco e povero, così vario e così invisibile, ricercare il mistero della unità in mezzo a questo “campione” di umanità, portare un segno di verità, essere strumento di umanizzazione a 360 gradi.
Ciascun marittimo, indipendentemente dalla propria religione o provenienza culturale accoglie il prete come uno che è lì per loro, lo sanno e non si tirano indietro a chiedere quando hanno bisogno …
Mandare una lettera a casa, chiederti se vai in posta per loro a ritirare un pacco perché loro non hanno tempo, comprare ad uno i fiori da regalare alla sua ragazza, gli ami da pesca all’altro, sostenere le crisi di solitudine di chi è lontano dalla moglie, leggere insieme una pagina di  vangelo con chi si sente da troppo tempo lontano da Gesù, ricevere le confessioni di una intera vita di disordini, di droga, di malaffare, e ammettere che la scelta di lavorare su una nave gli ha permesso di cambiare vita …
Quando meno te lo aspetti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ti accorgi che c’è qualcuno che ti cerca e da tempo aveva meditato di incontrarti … Davvero si tocca con mano il carico simbolico che il
cappellano riveste a bordo della nave … per tutti significa qualcosa …
Anche i mussulmani, anche gli induisti mi chiamano “padre”, ma in senso non solo formale, questo mi stupisce …
Per le cose importanti della vita ti cercano, ti fanno partecipe delle cose più belle … Quando arriva qualche lettera con delle foto da casa, qualcuno addirittura la apre davanti a me, per condividere subito la gioia di mostrarmi quanto è cresciuto suo figlio,  che bella che è sua moglie,  che carina la sua casa … davvero c’è tanto
bisogno che qualcuno ascolti le loro parole, condivida i loro sentimenti, gli rappresenti quel senso religioso della presenza di Dio che c’e in loro, ma troppo spesso senza segni esteriori …
Certo la nave è grande, e vivere 1000 persone di equipaggio in 3 ponti della nave, sembra un po’ fare l’esperienza del “tutti stretti appassionatamente”. Si vive in spazi limitati, e ci si incontra dovunque …
non ci si può nascondere gli uni agli altri. Nel turbine frenetico del lavoro dei marittimi, la presenza del prete in mezzo a loro diventa spesso un momento di pausa e serenità, il saluto una parentesi alla tensione, il sorriso un dono particolarmente gradito. Il ministero pastorale del cappellano assume delle tonalità particolari ma non  nomale, e bisogna semplicemente essere consapevoli del tratto da usare, per essere efficaci. Potrei definirlo, senza eccessiva ilarità quasi il “ministero del sorriso”… quel sorriso che si scambia con le persone che si incontrano a centinaia, ad ogni angolo della nave, fa molto per coloro che lo ricevono. Esprime solidarietà, approvazione del loro operato, condivisione, sostegno, incoraggiamento, fraternità …
Il “Ministero del corridoio”, si perché qui non ci stanno strade, non ci stanno muretti, non panchine, ma il corridoio è l’unico luogo dell’incontro: se comincio a percorrere il corridoio centrale del ponte alto dell’equipaggio e non ho urgenze eccessive, mi accorgo che ogni 5 metri  c’è motivo di fermarsi a salutare, a scambiare una parola, una informazione, una impressione, a sentire una necessità, a raccogliere una lamentela, a dare un consiglio. Ci metto delle mezz’ore a volte a fare metà nave, dal mio ufficio alla mensa magari. Pure alla mensa i pasti diventano lunghi, perché  ci si incontra e si scambiano notizie, impressioni sui problemi che si stanno vivendo, commenti sulla vita di bordo … e mi accorgo che il cappellano diventa un po’ il cuore
sensibile di tutto un equipaggio. Chi sente un problema per se e pensa che sia anche un problema di altri, viene dal cappellano, perché lui possa ascoltare, capire e risolvere il problema per tutti. Essi credono che il cappellano lo possa fare. Sembra a volte di essere uno YO YO, su e giù per il corridoio,  ma il lavoro è quello di ascoltare, di ascoltare tutti, perché basta fermarsi quando sei fermato, e loro cominciano a parlare  di quello che hanno
nel cuore, che va dalle lamentele sul lavoro, alla propria ideologia di partito politico, alla propria idea di ricerca di affetto, al rapporto con Dio.
Alcune persone mi dicono che loro non hanno mai visto un prete cosi da vicino come lo hanno visto su una nave, avevano delle generiche idee sulla vita e la identità dei preti, e spesso animate dal pregiudizio comune … ma il vero incontro con un prete lo hanno fatto a bordo, perché vive con loro, lavora con loro, mangia con loro, si diverte con loro.
Si matura la consapevolezza che tutto può essere occasione di un incontro,  di una testimonianza. A volte anche a distanza di tempo, e magari da un imbarco all’altro la gente ha portato un buon ricordo di te e ti ricerca per chiederti quello che non aveva avuto occasione di chiederti tempo prima …
Tutto questo è un grande campo di semina, un terreno anche fecondo perché il Signore faccia scendere la sua Parola e  porti consolazione, luce, speranza; un ministero che porta con se in sintesi la forza della condivisione con gli uomini, la evidenza dell’annuncio missionario, la necessità della testimonianza coerente. Questo ambiente di lavoro richiede fedeltà alla propria missione, coraggio nei momenti di indifferenza, tenacia quando le aspettative altrui superano le proprie possibilità.
Stando con questi uomini in mezzo al mare, si sente a volte sulla propria pelle cosa vuol dire essere migrante, senza patria, senza terra, senza casa, e senza la possibilità  di chiamare questa nave una casa, perché
non lo è, è solo una condizione …
Ma  vale la pena spendersi,  giocarsi con loro,  vivere una testimonianza fatta dello “stare in mezzo”.
Attualmente non è facile trovare qualche prete disposto a questa missione, a volte si trova l’obiezione degli  impegni pastorali di terra, a volte la sicurezza e la gratificazione di essi, ma bisogna avere anche il coraggio di “lasciare” e “prendere il largo“ in quella felice consonanza di significato spirituale e materiale che esso ha in questo contesto …
Mi augurerei che atri preti siano disponibili a questa esperienza, anche per un tempo della loro vita, un anno, o due, per dare uno slancio missionario al loro ministero, per dare un contributo all’opera evangelizzatrice della Chiesa anche al di là del mero criterio territoriale, per scoprire un mondo così invisibile, nel quale è importante portare la visibilità dell’amore credibile di Dio.